Mediterraneo
Culla di civiltà, di passione e di morte. (*)
Cos’è il Mediterraneo?
Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell'ultramoderno.
Significa immergersi nell'arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupirsi di fronte all'estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto e che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Certamente ancora oggi il Mediterraneo è custode della vita di molti popoli, rievocandone le radici e le origini comuni.(1)
Mediterraneo, terra di mezzo, terra in mezzo al mare o meglio mare racchiuso da terre. Se guardiamo una carta geografica vediamo città, porti, paesi, montagne e…isole. Non vediamo cosa sta su queste terre ma lo possiamo intuire, immaginare, perché non ci vuole molto a credere, guardando la cartina, che non sia difficile andare da un posto all’altro, raggiungere in poco tempo un città dall’estremo all’altro. Questa intuizione deve aver spinto, nell’antichità, i primi navigatori Fenici: la certezza che, messisi in navigazione, avrebbero trovato dall’altro capo del mare gente come loro.
Noi ragioniamo a posteriori, certo, e sulla base di fonti accertate, ma loro, gli antichi, lo ”sapevano”, non si sa come, ma lo sapevano. Sapevano che il Mediterraneo ha caratteri, genti e teste comuni, simili, somiglianti a loro, direi quasi parenti. Tiro, Smirne, Il Cairo, Atene, Cartagine, Roma, Palermo, Genova, Venezia, Napoli, Marsiglia: è un rapido passarsi il testimone, come trasmettere da un posto all’altro la perizia commerciale, i saperi tecnici e artigianali, la creazione delle arti, la potenza economica. E con questo progresso e sviluppo, centralità del mondo oggi, purtroppo o per fortuna, scemata.
Cos’hanno in comune i monti del Tauro con i Peloritani e i Nebrodi, oltre i tratti geologici e naturali, le Sierre Spagnole con l’Appennino Marsicano, i monti della Grecia con i Pirenei, l’Atlante Marocchino con i monti della Corsica o della Sardegna? Sembra nulla perché non possiamo parlare di un popolo mediterraneo ma di un popolo latino, greco, egiziano, così come non non possiamo parlare di una letteratura mediterranea, in senso stretto, ma di una letteratura islamica, una francese, una greca e una italiana.
L’aspetto dell'attività umana invece in cui possiamo ritrovare un punto comune tra le culture del Mediterraneo è in quello scambio di cui si diceva sopra, tutti hanno imparato da tutti e hanno volentieri trasmesso l‘abilità marinara, la sapienza politica e filosofica, le scoperte scientifiche, lo sviluppo e il disagio economico.
“Nel Mediterraneo non solo è nata la poesia e la letteratura ma anche il pensiero stesso dell’uomo.”(2)
Parafrasando un po’ l’odierna cultura globale e tecnologica, potremmo dire che il Mediterraneo è stato una enorme antenna mediatica, una cassa di risonanza intorno alla quale sono fiorite e rifiorite le civiltà creando una cultura stratificata che, ancora oggi, ha bisogno di essere interpellata e interpretata se si vuole capire la vita delle genti che la letteratura ha cercato di rappresentare. Ma la letteratura ha fatto solo questo, cioè ha cercato solo di rappresentare la realtà? No e cercheremo di capire come e perché compiendo un viaggio, attraverso gli approdi della passione e della morte, dello stesso mare come ricettacolo di vita e d’amore, delle partenze e dei ritorni, degli odori e dei sapori, dell’indolenza apparente, delle ingiustizie sociali e dei riscatti. Caratteri che arbitrariamente tendono in qualche modo a dare al Mediterraneo un imprimatur che lo rende in qualche modo riconoscibile all’interno dei suoi stati e all’esterno, nonché unico.
1. Le passioni e la morte
1. La Passione e la morte
L’onore e altri sentimenti nel Mediterraneo
Perché Matteo Falcone uccide il figlioletto, per una questione di onore che a noi appare anacronistico? Perché l’ospitalità è sacra e non bisogna violarla neppure per un bandito? Non è facile rispondere a domande come queste, dal momento che l’Autore guarda le cose dall’esterno, attraverso una lente che definiremmo folkloristica. D’altra parte, il gusto dell’esotico era proprio del secolo romantico.
Merimèè non è corso né di nascita né di adozione, ma nelle sue opere, specie nei due racconti di Matteo Falcone, appunto, e di Colomba ha mostrato un interesse particolare per la Corsica. Più che per l’isola, la sua opera si incentra su un interesse quasi morboso per la violenza delle passioni umane, della quale la Corsica era o è portatrice, carattere comune al secolo dei romantici. In effetti, ben undici su diciotto dei racconti di Merimée hanno per titolo, emblematico, il nome del protagonista, dal momento che la storia ruota intorno ad esso, per cercare di sviscerare sentimenti e passioni, appunto.
Matteo Falcone, dunque, uccide il figlio, che ha dieci anni, si chiama Fortunato (crudele ironia!) ed è il suo erede designato, in quanto ha altre tre figlie femmine “del che si stizziva tuttora”. Lo uccide per una concezione dell’onore tanto forte che al lettore appare incredibile. Matteo uccide il figlio e prima di sparare esclama: “Che Dio ti perdoni!”, ovvero il padre uccide il figlio, commette un omicidio e invece di chiedere perdono a Dio per se stesso per ciò che sta compiendo, invoca il perdono di Dio per il figlio. Quindi cosa è giusto, la volontà del padre padrone o l’onore che giustifica tutto anche la morte?
Colomba, l’altra novella dello scrittore francese, che cerca nella Corsica qualcosa di primitivo (lo dice per bocca di Miss Nevil), è quanto di più forte e spaventosamente arcaico, secondo l’autore, ci può essere nella culla del Mediterraneo, ovvero tutt’intorno avviene l’evoluzione, in Francia, in Italia ecc, mentre nell’isola si resta abbarbicati ancora a desuete passioni, a concetti medievali della giustizia. L’intrepida Colomba è la personificazione stessa dell’isola, del suo passato culturale e dei suoi tabù ancestrali. Tanta è la sua passione che alla fine riesce a convincere il fratello della verità delle sue asserzioni, e cioè che il padre è stato ucciso dai Paravicini e allora è inevitabile “vendicarlo”. Abbiamo già detto che Merimèe è francese, perciò vede Orso, giovane ufficiale francese, educato recties redento dalla Francia (come lo doveva essere la stessa Corsica, aveva fatto parte si o no fino ad allora dell’arretrato mezzogiorno d’Italia?), ritornare al suo istinto primitivo, cioè perpetrare la vendetta. L’autore non va oltre un approccio esterno: vedere l’isola come “folclore” e ne è testimone il registro dei canti della voceratrice Colomba, senza alcun accenno alle condizioni di vita economica, sociale e lavorativa dei corsi.
E’ sintomatico poi che, durante una veglia funebre, una parente della vittima si rammarica che il congiunto non sia morto di “malasorte”, cioè di morte violenta, almeno così avrebbe potuto essere vendicato! Che dire allora: che, oltre l’onore, è la morte stessa ad esigere come espiazioni altre morti?
Nel Mediterraneo l’onore ha o può avere la stessa forza propulsiva del concetto, per esempio, di giustizia, oppure mettiamo dell’amore? Parrebbe di si, perché proseguendo nel nostro viaggio, facciamo tappa in Sicilia (d’altra parte, ce lo suggerisce lo stesso Merimèe che in Colomba riporta un distico di versi che sarà l’incipit cantato dell’opera lirica di Leoncavallo), e incontriamo due personaggi altrettanto forti, decisi, sanguigni: Mastro Turiddu e Compare Alfio. Nel caso l’amore è la morte sono inscindibili, fanno parte del gioco della vita e Turiddu lo sa, come sa che l’amore non è amore se non c’è rivalità, l’amore è contesa, ardito inganno per l’uomo e la donna, nonostante entrambi pensino di dominarlo sono da esso dominate, in maniera totale. Più che Cavalleria Rusticana il racconto di Verga sarebbe Cavalleria dell’amore, dell’onore amoroso e della contesa amorosa che una volta in Toscana si faceva in versi e alle falde dell’Etna si fa col coltello a molla. Il duello si svolge infatti in mezzo ai fichidindia, non potrebbe avere connotazioni ambientali diverse, e chi pensava di dominare il sentimento dell’amore, Turiddu, viene travolto da Alfio, l’apparente vittima, che parla poco e agisce secondo il codice dello stesso onore.
L’onore in Sicilia ha spesso creato degli stereotipi e dei luoghi comuni che non sempre sono veri. Il cinema li ha trasformati in bozzetti macchiettistici ma la letteratura è riuscita a mantenersi lungo i binari della rappresentazione realistica , cioè non solo verosimile.
Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia è l’esempio emblematico dell’onore adoperato per camuffare intrighi sporchi o intrallazzi finanziari. Il romanzo è il capolavoro-capostipite non solo sulla mafia, nel senso del pensare “mafioso”, ma più ancora del pensare siciliano recties: mediterraneo.
Nel racconto Colomba è l’autore ad essere estraneo all’ambiente che descrive, qui invece l’autore fa parte del suo mondo, mentre è il protagonista ad essere un estraneo, un emiliano di Parma, quindi non un siciliano, ma l’autore resta sospeso tra una urgente sete di giustizia e un timore storico di giustizia istituzionale, continentale che si è spesso rivelata oppressiva e ingiusta per il popolo, nonché dannosa per la Sicilia. Può essere anche che il bisogno più urgente di Sciascia di allora era di far capire la Sicilia agli italiani “estranei”?
Il Capitano Bellodi, parmigiano doc, infatti non capisce l’accettazione apatica dell’ingiustizia, essendo non siciliano, ma alla fine ammette che il problema è talmente intricato, di più: curioso, asintomatico, che dice: “Mi ci voglio spaccare la testa.”
Nell’altra grande isola che è la Sardegna l’onore assume le più varie sembianze: c’è quello del padre per la figlia, che lui intende come protezione assoluta, ciò che equivale magari a carcere a vita, c’è l’onore legittimo che viene dall’amore, quello di Efix, e perciò giustifica anche l’assassinio e, infine, c’è l’onore che assume le vesti dell’amore muto, rispettoso, fatidico. Quindi la figura di Efix è investito di una duplice funzione: l’onore, come detto, che viene dall’amore e l’onore che è rassegnazione al destino, nel qual caso il personaggio è un capro espiatorio della vita rassegnata delle tre sorelle. E’ vero. Efix uccide il crudele padre per proteggere Lia e, quindi, anche le tre sorelle ma poi cosa offre loro? Niente, la rassegnazione al destino, anzi lo scopo della sua vita sarà quello di proteggerle. Ma da che?
Grazia Deledda spinge le ragioni del destino verso l’abbrutimento, la decadenza, il sacrificio verso il quale tutti i sentimenti dei personaggi devono confluire. In Canne al vento, oltre ai valori dell’opera che in questa sede non interessa rilevare, l’amore muto di Efix non dipende magari da disparità di classe o ingiustizia sociale ma dal destino che ha voluto così. Perciò non può essere altro che espiazione del peccato originale. Il senso religioso dell’autrice è il solo motore che spiega le ragioni del comportamento di Efix antecedente al ritorno di Giacinto. Sarebbe auspicabile una espiazione almeno dopo la consumazione dell’amore, invece no: il servitore deve espiare un sentimento che non ha mai svelato a nessuno, quindi una sofferenza misconosciuta, ma allora sarebbe stato può congruo che espiasse la sua condizione di servo, forse è quello il suo peccato. Essere povero e giustificare il suo stato di dedizione alle sorelle Pintor. Qui le passioni, l’amore e l’onore sono, ripetiamo, destinate a soccombere, non sono riscatto né gioia e, forse, neppure dolore, perché non inducono né all’omicidio né alla vendetta: càpitano e basta.
L’onore nel Mediterraneo non ha confini se non quelli dello stesso mare. Tu schiaccerai il serpente di Yaskar Kemal porta all’estremo limite questo discorso e lo connota di una disperato grido di dolore. La bellezza di questo romanzo sta nell’atteggiamento rispettoso dell’autore. Sembra un cantore epico, al pari di Omero, che in mezzo alla sua gente grida la sua impotenza per l’inevitabilità del destino.
Inevitabile la morte, lo sappiamo, fine della vita perciò naturale e legittima ma qui è inevitabile la morte prematura, nel pieno splendore della bellezza. Esme deve morire, non si sa per mano di chi ma deve morire. La bellezza turba, mette paura, fa impazzire perciò non è di questo mondo. E’ inevitabile la morte violenta, inevitabile come i profumi delle rocce, dei boschi, della natura, anche queste generano spavento e non danno pace perché hanno in sé, come Esme, la bellezza. Hasan, infatti, cerca ma non trova la pace nelle bellezze della natura ed alla fine è lui che schiaccia il serpente, lo uccide ovverosia uccide la madre, inevitabile chiusa delle sue ossessioni, delle ossessioni della nonna, che lo istiga continuamente, ossessioni di un paese e di una cultura, onore ancestrale, sciroppo della miseria e degli stenti.
Hasan bambino è costretto ad assistere all’uccisione del padre per mano dell’amante della madre. Ma lei era stata violentata dal padre e costretta al matrimonio. In quella sede tutto questo non c’entra, non è pertinente e neppure che Esme e l’altro si amino da prima. Hasan è il frutto della violenza del padre perciò userà la violenza per vendicarlo, per giustificare il padre morto a causa della bellezza materna. Lo ripetiamo: è inevitabile la bellezza, l’amore ma è inevitabile anche la morte.
Kemal sa bene cosa vuol dire onore sui monti del Tauro, nella Turchia meridionale, e mette il dito sulla piaga. Si può parlare di ingiustizia, di riscatto quando una comunità non vede altra salvezza al proprio stato che la morte? Esme è la vittima sacrificale, la nonna di Hasan giudice supremo di una giustizia fuori tempo, di un onore della miseria che è, al tempo stesso, il motore della vita. Hasan non deve uccidere l’amante della madre ma lei, perché la sua bellezza è destabilizzante per quel mondo. Onore allora vuol dire bruttume, abbrutimento, ignoranza del proprio stato, uccisione della madre cioè di chi ci ha dato la vita.
Corsica, Sicilia, Sardegna, Turchia: mondi lontani e inaccessibili, in apparenza. Mondi dominati dalle stesse passioni in realtà: morte che genera morte, amori impossibili, se non in altri contesti più evoluti (come Orso e Miss Nevil che troviamo già sposi fuori dalla Corsica) o in classi sociali più abbienti (come il matrimonio finalmente della dama Noemi Pintor), espiazioni di un solo peccato: la misera condizione sociale dell’uomo in quanto popolo, in alcuni, e del popolo in quanto uomo, in altri.
Tutto velato dalla coltre azzurra del Mediterraneo.
(1.continua)
(*) Durante questo primo viaggio sono analizzate le seguenti opere:
P. Merimèe Matteo Falcone
Colomba
dai Racconti e novelle, Sansoni Firenze 1966
G. Verga Cavalleria Rusticana dalle Novelle, Mondatori Milano, 19
L. Sciascia Il giorno della civetta, Bompiani Milano, 1990
Kemal Tu schiaccerai il serpente, Tranchida Milano
(1) Predrag Matvejevic, Breviario Mediterraneo. Incontro con gli studenti del Liceo Classico Umberto I di Napoli, 4 aprile 2001
(2) Ibidem
lunedì 13 ottobre 2008
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