giovedì 8 gennaio 2009

L’autore ritrovato: Yashar Kemal

L’autore ritrovato

Yashar Kemal*

Chi è
(secondo noi)
Il più grande narratore turco, più volte candidato al Nobel, il più lucido e intransigente oppositore alle dittature.
Nato nel 1922 a Hemite, un piccolo villaggio di 60 case nella provincia di Adana, nel sud della Turchia. Di origine curda, emigrato nella Cilicia, la pianura della Cukurova, vasta estensione di piantagioni di cotone, non parlò fino all'età di dodici anni per un profondo shock dovuto alla perdita del padre, assassinato mentre pregava all'interno della moschea.
Riuscì a esprimersi senza balbettare solo con il canto e cominciò a raccogliere i canti popolari, poi iniziò a scrivere poesie.
Abbandonata la scuola si dedicò a una serie di lavori talmente vasta che egli stesso fatica a ricordarli tutti. Fece anche il giornalista
Scrisse il suo primo racconto nel 1947.
Memed il falco supera il record dei romanzi più venduti in Turchia negli ultimi quarant'anni.E' autore di più di quaranta volumi, editi in una quarantina di Paesi, tradotto dall'inglese al cinese, dal francese al kazakho, dal tedesco allo svedese.

Chi è
(secondo lui)
Sono un mediterraneo, e mi dà gioia il fatto che i mediterranei assegnino un riconoscimento alla mia opera. Akdeniz ("Mar Bianco", in turco "Mediterraneo", NdT) è un mondo a sé, per chiunque, non solo per me. Questo mare ha esercitato una forza d'attrazione, continuamente, nel corso della storia.
Sono nato in una fertile pianura che portava sopra di sé, in ogni suo aspetto, natura, svariate culture, la mediterraneità; i profumi inebrianti della terra, dei fiori, gli aromi di erba e foglie: in Çukurova, fin le nuvole - cantava un menestrello - odorano di nuvola.
Io ho vissuto intensamente, credo opportuno si viva il più possibile a contatto con la natura e con gli uomini. L'esistenza arricchisce. Quando si è umanamente ricchi, aumenta anche l'energia creativa. Lo scrittore che abbia accumulato esperienze di uomini e natura, trarrà profitto nell'invenzione di immagini.
Il romanzo è cosa da maestro apprendista, con aspetti artigianali. Il mio primo maestro fu Stendhal. Ovviamente, di un autore di romanzo esistono i maestri. E i romanzieri non trascurino la lingua. Non si dà possibilità di scrivere un romanzo eccellente a chi non inventi una lingua di romanzo. E ogni grande artista ha creato una propria lingua. A mio parere, i caratteri precipui della lingua determinano la forma, la struttura, persino il contenuto, del romanzo.
Ho avuto la possibilità di apprendere sia il turco sia il curdo. Ho vissuto le grandi epopee turche e curde, sono cresciuto con loro. In un villaggio turkmeno, esisteva una sola casa di curdi, nomadi emigrati da Oriente: era la nostra. In casa parlavo curdo, e turco fuori. Ascoltare, rivivere i grandiosi racconti epici in ogni lingua è stata la mia occupazione, la mia buona sorte.
Mi considero vicino anche a Cechov e a Faulkner. Sotto ogni profilo, la vita ha avuto nei miei riguardi un contegno molto generoso.

La politica

L'opposizione è una tradizione turca. E quando si studia la storia della letteratura, al centro di essa si trova la letteratura dei contadini, o ancor più la letteratura popolare. L'Anatolia è sempre stata un pezzo di terra ribella, fin dal XIII secolo la catena delle rivolte non è stata spezzata. E da queste insurrezioni sono sempre spuntati degli artisti. A cominciare da Yunus Emre, il grande poeta mistico del XIII secolo e il più grande poeta della storia turca in generale, passa attraverso Dedalo Iu fino all'innovatore radicale della lirica turca, Nazim Hikmet. Già Yunus Emre scriveva:
La bontà degli uomini è qui
Cavalcano destrieri arabi
mangiano carne umana
Bevono sangue

Che rabbia contro i potenti! Gli scrittori della mia generazione restano in questa linea. Anche Hikmet, che veniva da una famiglia aristocratica ottomana, trovò la via per il cuore dell'Anatolia: si fece 17 anni di prigione per le sue convinzioni, e lì sviluppò la sua lirica, a contatto con la gente dell'Anatolia, con ladri, assassini, piccoli truffatori, oppressi di ogni sorta, in mezzo al popolo e al suo immenso tesoro di esperienze.
E' una delle caratteristiche più strabilianti degli scrittori della mia generazione. Non ce n'è uno, in pratica, che non sia passato per la prigione. Sebahattin Ali, che per primo scrisse dei romanzi sui contadini, venne assassinato. Hikmet restò 17 anni in prigione, Kemal Tahur 15, Aziz Nesin 5, Ahmed Arif - il nostro più importante lirico del passato - 5; Ruhi Su 5 anche lui. Anche Ohran Kemal restò a lungo in prigione. Io stesso ci sono stato tre volte. La prima volta a 17 anni, poi nel 1950, quando fui torturato. Non c'è alcun dubbio: la prigione è la scuola della letteratura turca del passato.
All'opposizione da sempre. Ha conosciuto il carcere e la tortura.
Nel marzo del 1996, condannato a venti mesi di reclusione per alcuni suoi scritti sulla questione turca, non ha esitato a esporsi per sostenere la battaglia per i diritti umani nel suo paese. Insieme ad altri intellettuali, politici, parlamentari, Kemal ha portato avanti un difficile negoziato con il governo turco per il miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri del suo paese e far cessare lo sciopero della fame di oltre 300 prigionieri politici, quasi tutti appartenenti a gruppi clandestini della sinistra, che aveva già provocato la morte di varie persone.


Le sue opere
Tu schiaccerai il serpente
Gli uccelli tornano a volare
Al di là della montagna
Bambini
Memed il falco
Teneke
Terra di ferro, cielo di rame
Il ritorno di Memed il falco
Sogni
L’erba che non muore mai
La collera del monte Araratù
Il canto dei mille tori
Trilogia della montagna
Il re degli elefanti e Barba Rossa la formica zoppa

Tutti i libri di Kemal sono pubblicati in Italia dall’editore Giovanni Tranchida Milano
* La maggior parte delle notizie su Kemal sono tratte dal sito www.tranchida.it, a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti.

lunedì 13 ottobre 2008

Un viaggio letteraio nel Mediterraneo 1°

Mediterraneo
Culla di civiltà, di passione e di morte. (*)

Cos’è il Mediterraneo?
Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell'ultramoderno.
Significa immergersi nell'arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupirsi di fronte all'estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto e che da secoli sorvegliano e consumano il mare. Certamente ancora oggi il Mediterraneo è custode della vita di molti popoli, rievocandone le radici e le origini comuni.(1)
Mediterraneo, terra di mezzo, terra in mezzo al mare o meglio mare racchiuso da terre. Se guardiamo una carta geografica vediamo città, porti, paesi, montagne e…isole. Non vediamo cosa sta su queste terre ma lo possiamo intuire, immaginare, perché non ci vuole molto a credere, guardando la cartina, che non sia difficile andare da un posto all’altro, raggiungere in poco tempo un città dall’estremo all’altro. Questa intuizione deve aver spinto, nell’antichità, i primi navigatori Fenici: la certezza che, messisi in navigazione, avrebbero trovato dall’altro capo del mare gente come loro.
Noi ragioniamo a posteriori, certo, e sulla base di fonti accertate, ma loro, gli antichi, lo ”sapevano”, non si sa come, ma lo sapevano. Sapevano che il Mediterraneo ha caratteri, genti e teste comuni, simili, somiglianti a loro, direi quasi parenti. Tiro, Smirne, Il Cairo, Atene, Cartagine, Roma, Palermo, Genova, Venezia, Napoli, Marsiglia: è un rapido passarsi il testimone, come trasmettere da un posto all’altro la perizia commerciale, i saperi tecnici e artigianali, la creazione delle arti, la potenza economica. E con questo progresso e sviluppo, centralità del mondo oggi, purtroppo o per fortuna, scemata.
Cos’hanno in comune i monti del Tauro con i Peloritani e i Nebrodi, oltre i tratti geologici e naturali, le Sierre Spagnole con l’Appennino Marsicano, i monti della Grecia con i Pirenei, l’Atlante Marocchino con i monti della Corsica o della Sardegna? Sembra nulla perché non possiamo parlare di un popolo mediterraneo ma di un popolo latino, greco, egiziano, così come non non possiamo parlare di una letteratura mediterranea, in senso stretto, ma di una letteratura islamica, una francese, una greca e una italiana.
L’aspetto dell'attività umana invece in cui possiamo ritrovare un punto comune tra le culture del Mediterraneo è in quello scambio di cui si diceva sopra, tutti hanno imparato da tutti e hanno volentieri trasmesso l‘abilità marinara, la sapienza politica e filosofica, le scoperte scientifiche, lo sviluppo e il disagio economico.
“Nel Mediterraneo non solo è nata la poesia e la letteratura ma anche il pensiero stesso dell’uomo.”(2)
Parafrasando un po’ l’odierna cultura globale e tecnologica, potremmo dire che il Mediterraneo è stato una enorme antenna mediatica, una cassa di risonanza intorno alla quale sono fiorite e rifiorite le civiltà creando una cultura stratificata che, ancora oggi, ha bisogno di essere interpellata e interpretata se si vuole capire la vita delle genti che la letteratura ha cercato di rappresentare. Ma la letteratura ha fatto solo questo, cioè ha cercato solo di rappresentare la realtà? No e cercheremo di capire come e perché compiendo un viaggio, attraverso gli approdi della passione e della morte, dello stesso mare come ricettacolo di vita e d’amore, delle partenze e dei ritorni, degli odori e dei sapori, dell’indolenza apparente, delle ingiustizie sociali e dei riscatti. Caratteri che arbitrariamente tendono in qualche modo a dare al Mediterraneo un imprimatur che lo rende in qualche modo riconoscibile all’interno dei suoi stati e all’esterno, nonché unico.

1. Le passioni e la morte
1. La Passione e la morte
L’onore e altri sentimenti nel Mediterraneo
Perché Matteo Falcone uccide il figlioletto, per una questione di onore che a noi appare anacronistico? Perché l’ospitalità è sacra e non bisogna violarla neppure per un bandito? Non è facile rispondere a domande come queste, dal momento che l’Autore guarda le cose dall’esterno, attraverso una lente che definiremmo folkloristica. D’altra parte, il gusto dell’esotico era proprio del secolo romantico.
Merimèè non è corso né di nascita né di adozione, ma nelle sue opere, specie nei due racconti di Matteo Falcone, appunto, e di Colomba ha mostrato un interesse particolare per la Corsica. Più che per l’isola, la sua opera si incentra su un interesse quasi morboso per la violenza delle passioni umane, della quale la Corsica era o è portatrice, carattere comune al secolo dei romantici. In effetti, ben undici su diciotto dei racconti di Merimée hanno per titolo, emblematico, il nome del protagonista, dal momento che la storia ruota intorno ad esso, per cercare di sviscerare sentimenti e passioni, appunto.
Matteo Falcone, dunque, uccide il figlio, che ha dieci anni, si chiama Fortunato (crudele ironia!) ed è il suo erede designato, in quanto ha altre tre figlie femmine “del che si stizziva tuttora”. Lo uccide per una concezione dell’onore tanto forte che al lettore appare incredibile. Matteo uccide il figlio e prima di sparare esclama: “Che Dio ti perdoni!”, ovvero il padre uccide il figlio, commette un omicidio e invece di chiedere perdono a Dio per se stesso per ciò che sta compiendo, invoca il perdono di Dio per il figlio. Quindi cosa è giusto, la volontà del padre padrone o l’onore che giustifica tutto anche la morte?
Colomba, l’altra novella dello scrittore francese, che cerca nella Corsica qualcosa di primitivo (lo dice per bocca di Miss Nevil), è quanto di più forte e spaventosamente arcaico, secondo l’autore, ci può essere nella culla del Mediterraneo, ovvero tutt’intorno avviene l’evoluzione, in Francia, in Italia ecc, mentre nell’isola si resta abbarbicati ancora a desuete passioni, a concetti medievali della giustizia. L’intrepida Colomba è la personificazione stessa dell’isola, del suo passato culturale e dei suoi tabù ancestrali. Tanta è la sua passione che alla fine riesce a convincere il fratello della verità delle sue asserzioni, e cioè che il padre è stato ucciso dai Paravicini e allora è inevitabile “vendicarlo”. Abbiamo già detto che Merimèe è francese, perciò vede Orso, giovane ufficiale francese, educato recties redento dalla Francia (come lo doveva essere la stessa Corsica, aveva fatto parte si o no fino ad allora dell’arretrato mezzogiorno d’Italia?), ritornare al suo istinto primitivo, cioè perpetrare la vendetta. L’autore non va oltre un approccio esterno: vedere l’isola come “folclore” e ne è testimone il registro dei canti della voceratrice Colomba, senza alcun accenno alle condizioni di vita economica, sociale e lavorativa dei corsi.
E’ sintomatico poi che, durante una veglia funebre, una parente della vittima si rammarica che il congiunto non sia morto di “malasorte”, cioè di morte violenta, almeno così avrebbe potuto essere vendicato! Che dire allora: che, oltre l’onore, è la morte stessa ad esigere come espiazioni altre morti?

Nel Mediterraneo l’onore ha o può avere la stessa forza propulsiva del concetto, per esempio, di giustizia, oppure mettiamo dell’amore? Parrebbe di si, perché proseguendo nel nostro viaggio, facciamo tappa in Sicilia (d’altra parte, ce lo suggerisce lo stesso Merimèe che in Colomba riporta un distico di versi che sarà l’incipit cantato dell’opera lirica di Leoncavallo), e incontriamo due personaggi altrettanto forti, decisi, sanguigni: Mastro Turiddu e Compare Alfio. Nel caso l’amore è la morte sono inscindibili, fanno parte del gioco della vita e Turiddu lo sa, come sa che l’amore non è amore se non c’è rivalità, l’amore è contesa, ardito inganno per l’uomo e la donna, nonostante entrambi pensino di dominarlo sono da esso dominate, in maniera totale. Più che Cavalleria Rusticana il racconto di Verga sarebbe Cavalleria dell’amore, dell’onore amoroso e della contesa amorosa che una volta in Toscana si faceva in versi e alle falde dell’Etna si fa col coltello a molla. Il duello si svolge infatti in mezzo ai fichidindia, non potrebbe avere connotazioni ambientali diverse, e chi pensava di dominare il sentimento dell’amore, Turiddu, viene travolto da Alfio, l’apparente vittima, che parla poco e agisce secondo il codice dello stesso onore.
L’onore in Sicilia ha spesso creato degli stereotipi e dei luoghi comuni che non sempre sono veri. Il cinema li ha trasformati in bozzetti macchiettistici ma la letteratura è riuscita a mantenersi lungo i binari della rappresentazione realistica , cioè non solo verosimile.
Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia è l’esempio emblematico dell’onore adoperato per camuffare intrighi sporchi o intrallazzi finanziari. Il romanzo è il capolavoro-capostipite non solo sulla mafia, nel senso del pensare “mafioso”, ma più ancora del pensare siciliano recties: mediterraneo.
Nel racconto Colomba è l’autore ad essere estraneo all’ambiente che descrive, qui invece l’autore fa parte del suo mondo, mentre è il protagonista ad essere un estraneo, un emiliano di Parma, quindi non un siciliano, ma l’autore resta sospeso tra una urgente sete di giustizia e un timore storico di giustizia istituzionale, continentale che si è spesso rivelata oppressiva e ingiusta per il popolo, nonché dannosa per la Sicilia. Può essere anche che il bisogno più urgente di Sciascia di allora era di far capire la Sicilia agli italiani “estranei”?
Il Capitano Bellodi, parmigiano doc, infatti non capisce l’accettazione apatica dell’ingiustizia, essendo non siciliano, ma alla fine ammette che il problema è talmente intricato, di più: curioso, asintomatico, che dice: “Mi ci voglio spaccare la testa.”
Nell’altra grande isola che è la Sardegna l’onore assume le più varie sembianze: c’è quello del padre per la figlia, che lui intende come protezione assoluta, ciò che equivale magari a carcere a vita, c’è l’onore legittimo che viene dall’amore, quello di Efix, e perciò giustifica anche l’assassinio e, infine, c’è l’onore che assume le vesti dell’amore muto, rispettoso, fatidico. Quindi la figura di Efix è investito di una duplice funzione: l’onore, come detto, che viene dall’amore e l’onore che è rassegnazione al destino, nel qual caso il personaggio è un capro espiatorio della vita rassegnata delle tre sorelle. E’ vero. Efix uccide il crudele padre per proteggere Lia e, quindi, anche le tre sorelle ma poi cosa offre loro? Niente, la rassegnazione al destino, anzi lo scopo della sua vita sarà quello di proteggerle. Ma da che?
Grazia Deledda spinge le ragioni del destino verso l’abbrutimento, la decadenza, il sacrificio verso il quale tutti i sentimenti dei personaggi devono confluire. In Canne al vento, oltre ai valori dell’opera che in questa sede non interessa rilevare, l’amore muto di Efix non dipende magari da disparità di classe o ingiustizia sociale ma dal destino che ha voluto così. Perciò non può essere altro che espiazione del peccato originale. Il senso religioso dell’autrice è il solo motore che spiega le ragioni del comportamento di Efix antecedente al ritorno di Giacinto. Sarebbe auspicabile una espiazione almeno dopo la consumazione dell’amore, invece no: il servitore deve espiare un sentimento che non ha mai svelato a nessuno, quindi una sofferenza misconosciuta, ma allora sarebbe stato può congruo che espiasse la sua condizione di servo, forse è quello il suo peccato. Essere povero e giustificare il suo stato di dedizione alle sorelle Pintor. Qui le passioni, l’amore e l’onore sono, ripetiamo, destinate a soccombere, non sono riscatto né gioia e, forse, neppure dolore, perché non inducono né all’omicidio né alla vendetta: càpitano e basta.

L’onore nel Mediterraneo non ha confini se non quelli dello stesso mare. Tu schiaccerai il serpente di Yaskar Kemal porta all’estremo limite questo discorso e lo connota di una disperato grido di dolore. La bellezza di questo romanzo sta nell’atteggiamento rispettoso dell’autore. Sembra un cantore epico, al pari di Omero, che in mezzo alla sua gente grida la sua impotenza per l’inevitabilità del destino.
Inevitabile la morte, lo sappiamo, fine della vita perciò naturale e legittima ma qui è inevitabile la morte prematura, nel pieno splendore della bellezza. Esme deve morire, non si sa per mano di chi ma deve morire. La bellezza turba, mette paura, fa impazzire perciò non è di questo mondo. E’ inevitabile la morte violenta, inevitabile come i profumi delle rocce, dei boschi, della natura, anche queste generano spavento e non danno pace perché hanno in sé, come Esme, la bellezza. Hasan, infatti, cerca ma non trova la pace nelle bellezze della natura ed alla fine è lui che schiaccia il serpente, lo uccide ovverosia uccide la madre, inevitabile chiusa delle sue ossessioni, delle ossessioni della nonna, che lo istiga continuamente, ossessioni di un paese e di una cultura, onore ancestrale, sciroppo della miseria e degli stenti.
Hasan bambino è costretto ad assistere all’uccisione del padre per mano dell’amante della madre. Ma lei era stata violentata dal padre e costretta al matrimonio. In quella sede tutto questo non c’entra, non è pertinente e neppure che Esme e l’altro si amino da prima. Hasan è il frutto della violenza del padre perciò userà la violenza per vendicarlo, per giustificare il padre morto a causa della bellezza materna. Lo ripetiamo: è inevitabile la bellezza, l’amore ma è inevitabile anche la morte.
Kemal sa bene cosa vuol dire onore sui monti del Tauro, nella Turchia meridionale, e mette il dito sulla piaga. Si può parlare di ingiustizia, di riscatto quando una comunità non vede altra salvezza al proprio stato che la morte? Esme è la vittima sacrificale, la nonna di Hasan giudice supremo di una giustizia fuori tempo, di un onore della miseria che è, al tempo stesso, il motore della vita. Hasan non deve uccidere l’amante della madre ma lei, perché la sua bellezza è destabilizzante per quel mondo. Onore allora vuol dire bruttume, abbrutimento, ignoranza del proprio stato, uccisione della madre cioè di chi ci ha dato la vita.
Corsica, Sicilia, Sardegna, Turchia: mondi lontani e inaccessibili, in apparenza. Mondi dominati dalle stesse passioni in realtà: morte che genera morte, amori impossibili, se non in altri contesti più evoluti (come Orso e Miss Nevil che troviamo già sposi fuori dalla Corsica) o in classi sociali più abbienti (come il matrimonio finalmente della dama Noemi Pintor), espiazioni di un solo peccato: la misera condizione sociale dell’uomo in quanto popolo, in alcuni, e del popolo in quanto uomo, in altri.
Tutto velato dalla coltre azzurra del Mediterraneo.
(1.continua)


(*) Durante questo primo viaggio sono analizzate le seguenti opere:
P. Merimèe Matteo Falcone
Colomba
dai Racconti e novelle, Sansoni Firenze 1966
G. Verga Cavalleria Rusticana dalle Novelle, Mondatori Milano, 19
L. Sciascia Il giorno della civetta, Bompiani Milano, 1990
Kemal Tu schiaccerai il serpente, Tranchida Milano


(1) Predrag Matvejevic, Breviario Mediterraneo. Incontro con gli studenti del Liceo Classico Umberto I di Napoli, 4 aprile 2001
(2) Ibidem

giovedì 25 settembre 2008

Le donne morte

Jorge Ibargüengoitia, Las muertas (prima Le Morte, la Rosa 1979, poi Il caso delle donne morte, Einaudi 1989, ora Le morte Sellerio 2004)

Romanzo vero, nero, vivo. In questa storia tutto ha inizio da un fatto di cronaca nera realmente accaduto negli anni ’50: la morte di alcune donne che lavoravano in un bordello. Per ricostruirlo, l'autore avvia un paziente, artigianale gioco d'intarsio, i cui materiali compongono il possibile ordito di un mondo in frammenti. Anche se poi l’autore in una nota che fa de epigrafe al libro dichiara: “Alcuni fatti qui narrati sono reali. Tutti i personaggi sono immaginari”.

Incipit:
E’ possibile immaginarli: tutti e quattro portano occhiali scuri, l’Escalera guida curvo sul volante, accanto a lui c’è il Prode Nicolás che legge un giornaletto, sul sedile posteriore, la donna guarda dal finestrino e il capitano Bedoya dormicchia ciondolando il capo.
L’auto blu cobalto sale stracca su per il dosso del Perro. E’ una soleggiata mattina di gennaio. Non si vede una nuvola. Il fumo delle case galleggia sulla pianura. La strada è lunga, all’inizio dritta, ma passato il dosso serpeggia per la sierra di Güemes, tra i fichi d’India.

Storia del libro

Note sull’autore
Jorge Ibargüengoitia, nato a Guanajuato nel 1922 e morto nel 1983 in un incidente aereo, è stato autore di romanzi tra i più letti in Messico e tradotti in numerose lingue. Tra di essi: Ammazzate il leone, I cospiratori, Due delitti e I lampi di agosto.

“Gli scrittori si chiamano scrittori perché scrivono e devono continuare a scrivere per potersi chiamare scrittori. Sono come le galline, che devono fare un uovo ogni tanto per giustificare la propria esistenza. Inoltre ogni scrittore ha dei motivi secondari: c'è che scrive per denaro, che per vanità, chi perché crede di sapere qualche cosa che gli altri ignorano, chi perché vuole leggere un libro che non esiste. Il conferenziere dichiarò che i proventi dei suoi libri sono una miseria tale da non poter far gola nemmeno a un mendicante; che gli elogi ricevuti non sono nulla rispetto alle critiche, e che inoltre è stato elogiato per i suoi vizi più censurabili e censurato per le sue virtù più elogiabili, aggiunse che non aspira ad essere dichiarato Figlio Prediletto della sua città natale… o essere Membro Eletto dell'Accademia della Lingua. Questo esclude il denaro e la vanità. Ha quindi il conferenziere un'intenzione didattica? Il conferenziere è convinto di sapere molte cose che la maggior parte delle persone ignora, ma non vede l'utilità che ciò che lui sa lo vengano a sapere anche gli altri. Il conferenziere ha confessato che scrive un libro ogni qual volta desidera leggere un libro di Jorge Ibargüengoitia, che è il suo scrittore preferito. …”
dalla Introduzione a Le folgori d’agosto, Vallecchi Firenze 1973

lunedì 16 giugno 2008

Io t'ho amato sempre non t'ho amato mai

Fiorenza, Giuseppe Io t’ho amato sempre non t’ho amato mai, Torino: Edizioni Angolo Manzoni, 2007

...all’intresatto ebbe un cozzitumbolo al cuore. Sbarrò gli occhi sul passaggio tra il bar e le cabine, dove i bagnanti sbucavano per andare in spiaggia, ed ebbe una vampata di calore. Non rifiatò, restò incollato alla seggia come un ammazzacani. I muscoli e i nervi si attisarono. Il cuore invece si mise a pulicijare come un cavallo selvaggio. Dovette portarsi la mano sulle costate per attenuarne il battito. Restò ammagato da quella visione che gli aprì un abisso profondo. Un abisso che non dava felicità ma inquietudine e insicurezza più di prima.

Durante una infernale estate calabrese, un ragazzo che vive di scherzi, frizzi e lazzi incontra una donna. Non è una turista ma una coetanea di un altro paese, che avviluppa il suo cuore di un amore così forte da fargli perdere ogni entusiasmo per le cose di sempre: il mare, gli amici, la musica. Pure il fascino della prossima partenza per gli studi, passa in secondo piano. Tra riti pagani e consuetudini arcane, tra timidi modernismi e paure post-emigrazionali di un vivace sud dimenticato dal nascente consumismo, in un crescendo di eterodossie oniriche e linguistiche nasce, si sviluppa e si consuma un amore totale che prorompe in un folle finale che lascia nella mente del lettore un gusto dolceamaro.
L’incontro, non la donna, lo inizia alla vita. L’amore che sente per la prima volta lo lega e lo avvince in un inestricabile meccanismo, come se egli nella vita non volesse entrarci.

Giuseppe Fiorenza,
nato a Pazzano (Reggio Calabria), paese di pietra e di ferro, vive a Torino. Svolge attività di ricerca culturale e letteraria. Ha fondato il «Centro Barlaam, Biblioteca delle Letterature Mediterranee». Ha ottenuto una menzione speciale al Premio Solinas per la sceneggiatura I treni del Sole. Ha pubblicato il romanzo La terra senza dio, Roma 1995.

martedì 10 giugno 2008

saluto

Cari amici,
noi siamo tamarri apolidi, siamo figli di pirati arabi o turchi, di briganti post-unitari o di navigatori alti e biondi, di avventurieri d’oltremare o nobili viaggiatori illuminati. Siamo anche lettori, voraci lettori, appassionati di letteratura e di cultura. Si, appassionati e pienamente convinti che solo un discorso culturale può essere il riscatto.
Siamo figli del mondo, di quello che una volta era il mondo, vale a dire il Mediterraneo, culla e preda ambita di ogni sorta di popolo. Oggi, purtroppo, quella culla da centro è diventata periferia del mondo e i suoi abitatori tamarri anonimi, il cui solo scopo nella vita è ed era scappare, andare via, fuggire dalla miseria e dalla fame.
La constatazione perciò è che la maggior parte di noi pazzanesi, stilesi, bivongesi...calabresi, mediterranei insomma, siamo sparsi e spersi per i cinque continenti ma non lo siamo più, almeno sui documenti ufficiali, perché siamo diventati torinesi, milanesi, germanesi o australiani, mentre conserviamo memoria della nostra lingua, cultura e storia.
Abbiamo sempre pensato, quindi, che é un peccato disperdere quanto di buono c'é in noi, sia in termini di bagaglio culturale individuale, sia in termini di concentrato sociale che ognuno si porta dentro e che discende dalla propria civiltà d'origine. Questa é la ragione che ci spinge a parlarvi.
Questa esigenza che SENTIAMO credo, e spero, sentiate anche voi è stata la spinta che ci ha dato l'idea, qualche anno fa, di fondare un Archivio sulla letteratura calabrese e mediterranea, successivamente di iniziare a sperimentare l'uscita di una news letter periodica, quale strumento che ci doveva permettere di raccontarci ciò che ci viene in mente su Pazzano e dintorni, Calabria e Mediterraneo compresi, e noi stessi diventati ormai cittadini del mondo (apolide vuol dire infatti senza cittadinanza) e ora con questo blog.
La questione è, dato che ormai non siamo più né nordici né sudici, di avere un luogo dell’anima, virtuale certo, ma sempre un luogo nostro.
L’altra constatazione è che la cultura ufficiale non è che faccia molto per noi, non ha mai fatto nulla per i nostri padri e i nostri nonni, non farà nulla per i nostri figli. E allora? Allora pensiamoci noi, gridiamo al mondo la nostra storia, rivendichiamo il diritto di parola, di scritto, di pennello, di nota, d’immagine!
Questo blog è il luogo di discussione e di coesione di tutte le forze culturali attive che, in qualche modo, stanno tentando di dare un nuovo volto alla Calabria e a tutto il resto del meridione, attraverso un discorso artistico, letterario, musicale, linguistico. Che ve ne pare?
Si, perché la nostra idea di cultura, di letteratura non coincide con quella dei signori dell’intelletto. Noi, contrariamente a loro, crediamo che anche in Calabria e nelle periferie del Mediterraneo si soffra, si viva, si ami, si muoia. Crediamo che anche quella vita possa essere oggetto di narrazioni, non essendo vero che il meridione sia solo folklore e mafia, come finora ci hanno mostrato la letteratura e le arti.
È una questione di punti di vista. La cultura ufficiale, intellettuale, ha visto sempre le cose dall'alto, da nord. Noi invece vogliamo vederle dal basso, dal Sud. Vogliamo sfatare luoghi comuni. Vogliamo guardare le cose da Sud, da sotto, dalla nostra origine, dall'ombra, dal basso, dalla nostra lingua, da dove non guarda mai nessuno. Uno sguardo da Sud può essere salutare.
Barlaam